Data :  15 Gennaio 2002 Msg n°: 16
Inviato da : Dario Guerrini
e-mail : dguerri@tin.it
Oggetto : Una Domenica in bacino

  

UNA DOMENICA IN BACINO

Percorro il corridoio, tra le segreterie chiuse.
Ogni mio passo rimbomba come una martellata sul metallo silenzioso; c’è una quiete che opprime più di ogni rumore.
Ogni tanto lo spazio che percorro si allarga ed un portello rizzato fa intravedere un scala che scende.
"Dabbasso" si ode sovrana qualche voce che poi improvvisamente esplode in ovazione in un miscuglio di dialetti: niente paura, stanno giocando a carte e quell’urlo deve essere per l’ultima mano, quando tutti sbattono le carte a terra esultando o imprecando.
Sono verso prora, ma le voci si sentivano già dalla mensa equipaggio; con questo silenzio, della nave che dorme, ogni rumore rivela qualcosa, anche il ronzio di quel neon esaurito, che altrimenti non avrei notato.

E’ domenica.

Stanotte sarò di guardia a poppa, seconda comandata, è fine mese e non ho una lira, quindi resto a bordo a fare compagnia al bestione in letargo, in attesa della primavera.
Raggiungo il centralino dove c’è di servizio il mio amico Paolo, che sorprendo in atteggiamento "operativo" perfettamente seduto con la cornetta all’orecchio come se stesse passando chissà quante telefonate e a chi poi: niente di tutto ciò, aveva sentito arrivare qualcuno da lontano e aveva rinchiuso con un colpo di pancia il cassetto del tavolino assumendo un contegno. Non sapeva chi si stesse avvicinando e nel dubbio era meglio nascondere la visuale del giornale che stava "leggendo".
Parliamo di tutto e di niente; gli chiedo una sigaretta ma non ha da accendere e allora mi affaccio fuori a prora dove ho intravisto Salvatore detto "Roscio", per via dei capelli.
E’ nocchiere e sta seduto all’ombra del cannone, con le gambe alla turca, il mozzicone di sigaretta in bocca, uno scoubidoù tricolore che gli sbuca dalla tasca posteriore dei pantaloni , mescolato con una selva di chiavi: è lì intento ed attento a tessere un’amaca, attaccata ad una draglia da un lato e tenuta in mano per la parte in lavorazione. L’altra mano manovra una specie di fuso con lo spago arrotolato.
Muove la mano come un violinista.
Una radiolina lì accanto gli fa compagnia.

Capisce che ho bisogno di accendere e bisbiglia un qualcosa alzando gli occhi al cielo, forse disapprova la richiesta e per farla più pesante inizia la sceneggiata che non sa dove attaccare l’amaca per potersi liberare le mani e porgermi il mozziccone o l’accendino.
"Ma da quando minchia fumi tu ah ?, Mai, dico mai, t’haio visto fumari, proprio stasera iniziasti ?" mi dice mitigando con un sorriso sarcastico mentre si palpa le tasche per cercare i cerini.
Abbozzo, ringrazio e scompaio nel portello: il brusio lontano del traffico cittadino viene d’incanto sommerso dal silenzio ovattato dell’interno della nave.

Ma perché non ho niente da fare !.

Già, non ho i miei giocattoli o meglio non posso accenderli perché manca la "forza", abbiamo solo la "luce" che viene dall’arsenale.
Parliamo di energia elettrica per chi non è dell’ambiente, i giocattoli invece sono gli apparati; io sono tecnico elettronico e sto tutto il giorno a fare e disfare tarature e manutenzioni, ma in tutta verità lo faccio più per amore che per forza.
Oggi quindi mi sento inutile, insofferente.
Mi avvio verso poppa senza un perché.
E’ una domenica in bacino.
La nave fa tristezza così zitta, inoperosa, incapace di vibrare, adagiata sulle taccate di legno come un mastino alla catena che sa di nulla potere e che, in attesa di essere liberato, non vuol dare evidenza di sé.
Mi avvio verso poppa, i miei passi rimbombano, poi mi blocco perché odo cantare da molto lontano, almeno così pare:
"..c’era un ragazzo che come me, amava i beatles e i rolling stones …"
c’è anche una chitarra che accompagna e le sue note sferzanti arrivano nettissime, il tutto da tre ponti più sotto, credo dal locale girobussola, il "covo" degli elettricisti doc, che sembra si siano magicamente ritrovati tutti menestrelli su questa nave.

" .. Dio li crea e Maripers li accoppia !.." recita un’antica battuta.

Decido di fare un giro giù in bacino. Infilo la passerella.
Cammino lungo i gradoni sino alla scala pedonabile e scendo sempre più in giù.
Sono sotto la chiglia, la luce è diversa forse per effetto del colore e dell’ombra.
Un intenso odore di mare mi azzanna l’olfatto, proviene dai mucchi di denti di cane, alghe, scorie che sono stati grattati dalla chiglia e che ora fermentano; però non è sgradevole, anzi dà la sensazione che qualcosa sia vivo e che da un momento all’altro si risvegli, come un barlume di brace in un mucchio di cenere apparentemente spenta e ormai inutile.
L’immancabile getto d’acqua proveniente dalla pancia della nave schiaffeggia il selciato spiattellandone l’eco per tutto il circondario.
Cammino lentamente con il naso all’insù e ho la sensazione che sia la nave a defilarsi al di sopra della mia testa, che sia lei a muoversi.
Ecco le pinne antirollio, ecco una presa a mare, eccone un’altra e via via verso poppa, i timoni e poi le eliche lucenti e superbe, quasi a dire "siamo pronte".
Tutto è pulito, pitturato, molti zinchi sono nuovi di pacca.
Faccio un giro completo, con una piccola variante per evitare di passare vicino alla carcassa rigonfia di un povero gatto.
L’impressione che provo è quella di essere sotto la protezione di un gigante buono, che se si arrabbia potrebbe schiacciarmi e quindi l’istinto è di guardarlo con rispetto e ammirazione.
La visione è mastodontica e tende a far girare la testa, ogni tanto abbasso lo sguardo perché temo di perdere l’equilibrio e mettere un piede in fallo, magari in uno degli alveoli più bassi del bacino, che sono sempre pieni d’acqua.

Avete mai guardato una prua dal basso del bacino ?

Credo di sì e allora mi si comprenderà se parlo dell’impressione di guardare la nave in faccia, di cui il bulbo è il mento prominente e le ancore gli occhi
Questa volta però le ancore sono adagiate in bacino e dagli occhi di cubia scendono le catene come fossero lacrime.
Ma no, sciocchezze, il fatto è che tutto è pronto per domattina: perché finalmente si esce e si torna in banchina.

E’ mattina.

"..Svegliaaaa …andiamo..forza lavativi…palle a terra …"

E’ capo cannone che ci sta gentilmente ricordando che è finita l’ora di bozzare.
Senza pietà si occupa anche su di me, alza la mano come un periscopio e mi afferra l’alluce del piede che si intuisce da sotto il lenzuolo, storce deciso fino a che non faccio uno scatto a sedere.
Qualcuno mi ha fatto sparire il cartello "seconda comandata" che mi autorizzava a dormire mezz’ora in più.
Mugugnando decido che ormai è meglio alzarsi.
La rete ordini collettivi sta sbraitando messaggi a tutta forza.
Ho l’altoparlante proprio vicino alla mia branda, che è di quelle a cielo.
C’è un andirivieni di gente su e giù per la scaletta, ogni pedata sugli scalini è una randellata in testa; devo buttarmi giù dalla branda, indugio ancora un po’ e poi mi lancio appena scruto che l’area sottostante è sgombra.
Sento subito che qualcosa è cambiato.
In meglio.
Ho una sensazione di benessere, faccio mente locale.
Lì per lì non capisco.
Poi d’improvviso ci sono.
Vibra, vibra, tutto vibra, sta vibrando !
La nave vibra, è viva, i rumori di sempre stano risorgendo uno ad uno.
Guuuuiiiiin !
Uhaaaiiiinn !
Motori che si avviano, pompe, macchinari, il soffio dell’aria riprende a sibilare nelle condotte; la rete ordini collettivi continua a rompere i … timpani, ma va bene così.
Salgo, mi affretto perché la cucina sta chiudendo, agguanto una tazza di latte poi esco a vedere.
Un odore intenso di mare riempie l’aria, un pulviscolo d’acqua circonda la nave; è l’effetto dei getti che stanno riempiendo il bacino.
La nave è tenuta ferma da numerose cime fissate a terra, per evitare che si muova senza governo durante l’ascesa; sembra un toro infuriato tenuto a freno prima di lanciarlo nel rodeo.
I diesel sono in moto e la "forza" è tornata, mi avvio verso i miei locali per mettere in stand by gli apparati.
Oggi mi diverto.
Un silurista mi indica qualcosa a terra, mi volto e vedo sul bordo del bacino il mio "socio" (siamo due tecnici elettronici in COC) che a gesti chiede se stiamo andando in banchina oppure a fare imbarco munizioni; già perché il treno gli ha fatto ritardo ed egli non è rientrato dal permesso in tempo per venire a bordo prima del posto di manovra.
Nel fragore dell’acqua che scroscia riesco a gesticolare fin tanto che capisce di venire agli scali.
Fa un gesto di stizza perché ha un valigione da tirarsi appresso.
Mi soffermo ancora un attimo ad osservare tutta la scenografia.
Ho gli occhiali opachi per il pulviscolo dell’acqua che mi circonda.
Non ci faccio caso.
Anzi mi piace passare la lingua sulle labbra e sentirle salate.

Oggi è lunedì.

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Autore: Dario Guerrini, Ete VO corso 1965
Nave descritta: Impavido
Luogo: La Spezia
Anno: 1968 circa