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UNA
DOMENICA IN BACINO
Percorro il
corridoio, tra le segreterie chiuse.
Ogni mio passo rimbomba come una martellata sul
metallo silenzioso; c’è una quiete che opprime più
di ogni rumore.
Ogni tanto lo spazio che percorro si allarga ed un
portello rizzato fa intravedere un scala che scende.
"Dabbasso" si ode sovrana qualche voce che
poi improvvisamente esplode in ovazione in un
miscuglio di dialetti: niente paura, stanno giocando a
carte e quell’urlo deve essere per l’ultima mano,
quando tutti sbattono le carte a terra esultando o
imprecando.
Sono verso prora, ma le voci si sentivano già dalla
mensa equipaggio; con questo silenzio, della nave che
dorme, ogni rumore rivela qualcosa, anche il ronzio di
quel neon esaurito, che altrimenti non avrei notato.
E’ domenica.
Stanotte sarò di
guardia a poppa, seconda comandata, è fine mese e non
ho una lira, quindi resto a bordo a fare compagnia al
bestione in letargo, in attesa della primavera.
Raggiungo il centralino dove c’è di servizio il mio
amico Paolo, che sorprendo in atteggiamento
"operativo" perfettamente seduto con la
cornetta all’orecchio come se stesse passando
chissà quante telefonate e a chi poi: niente di tutto
ciò, aveva sentito arrivare qualcuno da lontano e
aveva rinchiuso con un colpo di pancia il cassetto del
tavolino assumendo un contegno. Non sapeva chi si
stesse avvicinando e nel dubbio era meglio nascondere
la visuale del giornale che stava
"leggendo".
Parliamo di tutto e di niente; gli chiedo una
sigaretta ma non ha da accendere e allora mi affaccio
fuori a prora dove ho intravisto Salvatore detto
"Roscio", per via dei capelli.
E’ nocchiere e sta seduto all’ombra del cannone,
con le gambe alla turca, il mozzicone di sigaretta in
bocca, uno scoubidoù tricolore che gli sbuca dalla
tasca posteriore dei pantaloni , mescolato con una
selva di chiavi: è lì intento ed attento a tessere
un’amaca, attaccata ad una draglia da un lato e
tenuta in mano per la parte in lavorazione. L’altra
mano manovra una specie di fuso con lo spago
arrotolato.
Muove la mano come un violinista.
Una radiolina lì accanto gli fa compagnia.
Capisce che ho
bisogno di accendere e bisbiglia un qualcosa alzando
gli occhi al cielo, forse disapprova la richiesta e
per farla più pesante inizia la sceneggiata che non
sa dove attaccare l’amaca per potersi liberare le
mani e porgermi il mozziccone o l’accendino.
"Ma da quando minchia fumi tu ah ?, Mai, dico
mai, t’haio visto fumari, proprio stasera iniziasti
?" mi dice mitigando con un sorriso sarcastico
mentre si palpa le tasche per cercare i cerini.
Abbozzo, ringrazio e scompaio nel portello: il brusio
lontano del traffico cittadino viene d’incanto
sommerso dal silenzio ovattato dell’interno della
nave.
Ma perché non ho
niente da fare !.
Già, non ho i miei
giocattoli o meglio non posso accenderli perché manca
la "forza", abbiamo solo la "luce"
che viene dall’arsenale.
Parliamo di energia elettrica per chi non è dell’ambiente,
i giocattoli invece sono gli apparati; io sono tecnico
elettronico e sto tutto il giorno a fare e disfare
tarature e manutenzioni, ma in tutta verità lo faccio
più per amore che per forza.
Oggi quindi mi sento inutile, insofferente.
Mi avvio verso poppa senza un perché.
E’ una domenica in bacino.
La nave fa tristezza così zitta, inoperosa, incapace
di vibrare, adagiata sulle taccate di legno come un
mastino alla catena che sa di nulla potere e che, in
attesa di essere liberato, non vuol dare evidenza di
sé.
Mi avvio verso poppa, i miei passi rimbombano, poi mi
blocco perché odo cantare da molto lontano, almeno
così pare:
"..c’era un ragazzo che come me, amava i
beatles e i rolling stones …"
c’è anche una chitarra che accompagna e le sue note
sferzanti arrivano nettissime, il tutto da tre ponti
più sotto, credo dal locale girobussola, il
"covo" degli elettricisti doc, che sembra si
siano magicamente ritrovati tutti menestrelli su
questa nave.
" .. Dio li
crea e Maripers li accoppia !.." recita un’antica
battuta.
Decido di fare un
giro giù in bacino. Infilo la passerella.
Cammino lungo i gradoni sino alla scala pedonabile e
scendo sempre più in giù.
Sono sotto la chiglia, la luce è diversa forse per
effetto del colore e dell’ombra.
Un intenso odore di mare mi azzanna l’olfatto,
proviene dai mucchi di denti di cane, alghe, scorie
che sono stati grattati dalla chiglia e che ora
fermentano; però non è sgradevole, anzi dà la
sensazione che qualcosa sia vivo e che da un momento
all’altro si risvegli, come un barlume di brace in
un mucchio di cenere apparentemente spenta e ormai
inutile.
L’immancabile getto d’acqua proveniente dalla
pancia della nave schiaffeggia il selciato
spiattellandone l’eco per tutto il circondario.
Cammino lentamente con il naso all’insù e ho la
sensazione che sia la nave a defilarsi al di sopra
della mia testa, che sia lei a muoversi.
Ecco le pinne antirollio, ecco una presa a mare,
eccone un’altra e via via verso poppa, i timoni e
poi le eliche lucenti e superbe, quasi a dire
"siamo pronte".
Tutto è pulito, pitturato, molti zinchi sono nuovi di
pacca.
Faccio un giro completo, con una piccola variante per
evitare di passare vicino alla carcassa rigonfia di un
povero gatto.
L’impressione che provo è quella di essere sotto la
protezione di un gigante buono, che se si arrabbia
potrebbe schiacciarmi e quindi l’istinto è di
guardarlo con rispetto e ammirazione.
La visione è mastodontica e tende a far girare la
testa, ogni tanto abbasso lo sguardo perché temo di
perdere l’equilibrio e mettere un piede in fallo,
magari in uno degli alveoli più bassi del bacino, che
sono sempre pieni d’acqua.
Avete mai guardato
una prua dal basso del bacino ?
Credo di sì e
allora mi si comprenderà se parlo dell’impressione
di guardare la nave in faccia, di cui il bulbo è il
mento prominente e le ancore gli occhi
Questa volta però le ancore sono adagiate in bacino e
dagli occhi di cubia scendono le catene come fossero
lacrime.
Ma no, sciocchezze, il fatto è che tutto è pronto
per domattina: perché finalmente si esce e si torna
in banchina.
E’ mattina.
"..Svegliaaaa
…andiamo..forza lavativi…palle a terra …"
E’ capo cannone
che ci sta gentilmente ricordando che è finita l’ora
di bozzare.
Senza pietà si occupa anche su di me, alza la mano
come un periscopio e mi afferra l’alluce del piede
che si intuisce da sotto il lenzuolo, storce deciso
fino a che non faccio uno scatto a sedere.
Qualcuno mi ha fatto sparire il cartello "seconda
comandata" che mi autorizzava a dormire mezz’ora
in più.
Mugugnando decido che ormai è meglio alzarsi.
La rete ordini collettivi sta sbraitando messaggi a
tutta forza.
Ho l’altoparlante proprio vicino alla mia branda,
che è di quelle a cielo.
C’è un andirivieni di gente su e giù per la
scaletta, ogni pedata sugli scalini è una randellata
in testa; devo buttarmi giù dalla branda, indugio
ancora un po’ e poi mi lancio appena scruto che l’area
sottostante è sgombra.
Sento subito che qualcosa è cambiato.
In meglio.
Ho una sensazione di benessere, faccio mente locale.
Lì per lì non capisco.
Poi d’improvviso ci sono.
Vibra, vibra, tutto vibra, sta vibrando !
La nave vibra, è viva, i rumori di sempre stano
risorgendo uno ad uno.
Guuuuiiiiin !
Uhaaaiiiinn !
Motori che si avviano, pompe, macchinari, il soffio
dell’aria riprende a sibilare nelle condotte; la
rete ordini collettivi continua a rompere i …
timpani, ma va bene così.
Salgo, mi affretto perché la cucina sta chiudendo,
agguanto una tazza di latte poi esco a vedere.
Un odore intenso di mare riempie l’aria, un
pulviscolo d’acqua circonda la nave; è l’effetto
dei getti che stanno riempiendo il bacino.
La nave è tenuta ferma da numerose cime fissate a
terra, per evitare che si muova senza governo durante
l’ascesa; sembra un toro infuriato tenuto a freno
prima di lanciarlo nel rodeo.
I diesel sono in moto e la "forza" è
tornata, mi avvio verso i miei locali per mettere in
stand by gli apparati.
Oggi mi diverto.
Un silurista mi indica qualcosa a terra, mi volto e
vedo sul bordo del bacino il mio "socio"
(siamo due tecnici elettronici in COC) che a gesti
chiede se stiamo andando in banchina oppure a fare
imbarco munizioni; già perché il treno gli ha fatto
ritardo ed egli non è rientrato dal permesso in tempo
per venire a bordo prima del posto di manovra.
Nel fragore dell’acqua che scroscia riesco a
gesticolare fin tanto che capisce di venire agli
scali.
Fa un gesto di stizza perché ha un valigione da
tirarsi appresso.
Mi soffermo ancora un attimo ad osservare tutta la
scenografia.
Ho gli occhiali opachi per il pulviscolo dell’acqua
che mi circonda.
Non ci faccio caso.
Anzi mi piace passare la lingua sulle labbra e
sentirle salate.
Oggi è lunedì.
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Autore: Dario
Guerrini, Ete VO corso 1965
Nave descritta: Impavido
Luogo: La Spezia
Anno: 1968 circa
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