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Un giovanissimo Capo Cannoniere
A conclusione di un viaggio in treno di circa 21 ore, il 5 Settembre 1965 giungo in serata a Taranto e dopo molte peripezie, tra cui
la “scarpinata” fatta dalla stazione FS a Piazza Immacolata passando per il lungomare ovest della città vecchia, dovute
all’imbranataggine dell’età “coadiuvata” dalla non conoscenza delle linee di trasporto tarantine e del luogo stesso, raggiungo
S. Vito una delle due sedi delle Scuole della Marina Militare nonché la mia meta.
Con me c’era pure un tale Pera Paolo di Colleferro (Roma), con il quale iniziavo a condividere le prime “asperità” di quella
che sarebbe stata la nostra carriera ed aveva anche lui assegnata la mia stessa categoria/specialità (Caf, che per esteso si
intende Cannoniere Artificiere). Insieme varcammo il cancello d’ingresso sormontato dalla vistosa insegna recante la
scritta: GRUPPO SCUOLE CEMM LORENZO BEZZI.
Il personale di guardia all’ingresso pareva attendesse proprio noi che conciati com’eravamo, con i tipici bagagli
da “profughi”, timidi ed un po’ impacciati nei movimenti svelavamo tutti quei particolari indizi per far capire che
stavamo per diventare “due di loro”, quasi lo avessimo avuto scritto in fronte.
Senza fare domande ci chiesero subito il foglio di viaggio con relativo documento di riconoscimento e con il
celebre “bi elle” (tipico telefono funzionante a manovella) fecero una chiamata, poi ci mandarono in sala d’attesa dove di
lì a poco giunsero due baldi Marinai a “prelevarci” per accompagnarci al nostro “Comando” di appartenenza, ossia quella che
poi imparai a conoscere come Segreteria della Scuola Sp/Art.
I due Marinai che ci prelevarono all’ingresso seppi, in seguito, che erano Bosso e Signorelli (corso ‘64) e, mentre eravamo
sul percorso che ci portava a detta Scuola, ci sembrò di essere entrati in una piccola città ricca di viali, tutta racchiusa
da un muro di cinta.
A quei tempi a S. Vito le case d’abitazione non erano molte; nell’area prospiciente l’ingresso principale vi erano solo
vigneti ed il complesso delle Scuole appariva quasi come un’isola abitata in mezzo al deserto. Questa impressione la si aveva
ancor più di notte, perchè tutt’intorno al muro di cinta non si scorgeva alcuna luce. Quando poi si faceva la guardia alla
ghia la cosa era suggestiva oltre che impressionante, poiché se tirava vento si udiva anche il fragore del mare.
In Segreteria Sp/Art c’era un altro marinaio, che in seguito seppi chiamarsi Albino Lovera, che scrupolosamente si premurò
(come da vigenti disposizioni) di “pandettarci” e quindi ci diede il benvenuto con relativo augurio di “buona permanenza”.
Tralasciando i fatti immediatamente successivi all’arrivo alle Scuole, giungiamo al giorno della vestizione. Era l’8 Settembre
e, caricati su dei pullman e camion con rimorchio, venivamo tutti accompagnati al magazzino vestiario di Maricommi.
A poco a poco si vedeva diminuire l’affollamento in borghese mentre, per contro, aumentava l’affollamento in divisa, finché mi
trovavo chiamato a far parte di un gruppo formato casualmente con il classico “tu, tu, tu e anche tu, sì; forza..... sollecitare”.
Venivamo fatti entrare in una stanza grande, con un lato delimitato da un lungo banco e dove, per prima cosa ci veniva
presa la misura per i berretti; in secondo luogo ci veniva data la coperta da stendere a terra per appoggiarvi sopra tutti i
capi di vestiario “provati ed a misura” e poi sistemarli nello zaino/valigia.
Ricordo che quella fu la prima volta in cui ho confrontato la mia istintiva sveltezza con la celerità che era necessario
avere in tali momenti; era paragonabile alla corsa di un bue rispetto alla corsa di un cavallo.
Tra gli “assistenti” alla vestizione c’era anche il Capo di 2^ classe Fanelli (seppi in seguito il suo cognome) al quale,
data l’esperienza e “l’occhio pronto” che per antonomasia si confà al buon Marinaio, non sfuggì la mia figura molto
impacciata e, con fare quasi autoritario mentre mi stavo infilando i calzoni corti blu, mi disse: -tu!, come ti chiami?
Cercando di assumere una posizione corretta, pressocché sull’attenti e nonostante una gamba dentro e l’altra fuori dai
calzoni, risposi enunciando le mie generalità. Ma ecco che sempre con il medesimo tono, riferendosi alla categoria
di appartenenza, mi chiese: -cosa sei? Non ricordando ancora bene la sigla della mia categoria e per timore di dilungarmi
troppo nel dichiararla per esteso, risposi: -Capo Cannoniere!
Bene, bravo, replicò; Ora sì che siamo a posto! Oh, meno male!
Morale: fu così che ebbi, fra tutti i superiori e per tutta la durata del corso VO quella guida esercitata da una
persona amica e di grande comprensione che ti accompagna, incoraggia, capisce e suggerisce esattamente come
farebbe per un proprio figlio.
Ancor oggi ringrazio quell’uomo che con il suo fare paterno, ha fatto sì che l’mpatto fra il mio precedente modo
di vivere e quello impostomi dalla condizione militare non fosse troppo “violento”.
Grazie Capo Fanelli, mi auguro che ancora, Lei, mi possa leggere nel qualcaso La saluto con un abbraccio filiale.
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